Altrachiesa
Ddl sicurezza, don Farinella: E’ la morte del diritto
di Paolo Farinella, prete
Oggi è giorno di lutto per l’Italia fondata sul diritto e sulla Carta Costituzionale. Dopo i giorni della presidenza del consiglio trasformata in lupanare all’aperto, ecco i giorni della demenza giuridica e della vergogna di un governo che legifera solo per soddisfare i propri istinti e ignoranza. Due settimane fa il governo doveva varare la legge sulla prostituzione, penalizzando i clienti, su proposta della Mara Carfagna, non sappiamo (o forse sì?) per quali meriti divenuta ministra della moralità e approvata dal presidente del consiglio, «utilizzatore finale» di escort o prostitute a tre zeri. Qualcuno ha avuto la decenza di rimettere il disegno di legge nel cassetto, in attesa di tempi meno travagliati dalle parti governative. Occorreva qualcosa per distrarre dal porcilaio in cui l’Italia intera è stata annegata dal capo del governo e dei suoi manutengoli. La distrazione nazionale si chiama «il reato di clandestinità» da dare in pasto alle paure indotte dagli stessi che legiferano.
E’ legge, dunque, la norma che prevede il reato di clandestinità che per forza d’inerzia farà aumentare i clandestini come funghi dopo la pioggia; i centri di identificazione da luoghi di verifica civile diventano lager consentiti, passando da 60 a 540 giorni (il 900%). Oggi muore la decenza, muore il Diritto, mentre la stampa pubblica una lettera di un giudice costituzionale, «famiglio intimo» del plurinquisito» capo del governo con cui sfida e sotterra la dignità dell’Alta Corte.
Nella legge che dichiara la clandestinità reato, c’è una norma che inasprisce il reato di mafia (il 41bis). E’ una trappola. Vedremo che tutti i governativi e la maggioranza al guinzaglio si farà scudi di questo articolo per screditarsi tutori di legalità integerrima: essi inaspriscono le pene alla mafia, ma fanno eleggere al parlamento e nelle regioni mafiosi condannati o in via di processo.
Se Cristo fosse fisicamente presente in Italia (cosa impossibile perché starebbe a 12.000 km di distanza dal vaticano!), sarebbe clandestino e verrebbe rinchiuso in un lager di «verifica» (?). Per sfuggire alla polizia di Stato, fuggì in Egitto e tornò solo dopo la morte dei suoi persecutori. Ai clandestini colpevoli di essere uomini e donne in cerca di dignità e agli Italiani e Italiane che hanno ancora il senso del diritto, diciamo due cose: noi speriamo che muoiano presto coloro che li perseguitano e da parte nostra combatteremo questa ignominia di cui proviamo vergogna e che disprezziamo come disprezziamo coloro che l’hanno votata.
Il presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti, monsignor Antonio Maria Veglio, ha scritto: «I migranti hanno il diritto di bussare alle nostre porte. Basta demonizzare e criminalizzare il forestiero. L'arrivo dei migranti non è certo un pericolo. Sbagliato trincerarsi dentro le proprie mura». Gli fa eco il segretario del pontificio Consiglio, monsignor Agostino Marchetto: La nuova legge porterà «molti dolori e difficoltà agli immigrati» e noi aggiungiamo anche all’Italia perché farà aumentare in modo esponenziale la clandestinità.
Il catto-fascista Gasparri, insieme con gli altri governativi cattolici «similpelle» dichiara di «essere orgoglioso». Di fronte all’Italia che di degrado in degrado corre verso il buco nero dell’indecenza generalizzata, non riusciamo ancora ad udire un belato, un vagito, un gridolino della gerarchia cattolica che pare abbia assunto come nuovo stemma le tre scimmie storiche: non vede, non sente e non parla. La luce che doveva stare sul monte per illuminare le coscienze, è stata spenta e messa in sicurezza sotto il moggio, chiusa a chiave e la chiave buttata a mare. Il silenzio dei vescovi è un peccato contro lo Spirito che non sarà perdonato né in cielo né in terra.
(2 luglio 2009)
Terribahot era, ma sarebbe meglio dire è, tra i sette Arconti il meno disponibile ai compromessi, e per lui non c'era il grigio. O tutto era nero, o era nero con una soffocata lucina nel mezzo. Non che fosse cattivo, nessun Arconte è cattivo, ma non era neanche buono, nessun Arconte è buono.
Gli Arconti, pur nel sottolinearne aspetti diversi, erano superiori alla dualità nella quale la Giustizia cosmica interferiva con le scelte umane. Si potrebbe, quasi a ragione, dire che erano giusti, se quell'essere giusti avesse compreso pure un certo grado di imparzialità. Ecco, gli Arconti non potevano essere imparziali, semplicemente perché la diversità di ogni elemento, nella creazione, era legge universale imposta dal misterioso Assoluto. Così gli Arconti avevano, tra le loro smilze costrizioni, quella di dover assegnare al creato tutta una gamma di sfumature, diverse tra loro, che andavano dal peggio al meno peggio, secondo una scala di valori che neanche loro avevano ben chiara nei particolari, e si giostravano le diversità attribuendo a queste sempre diverse problematiche esistenziali. Questo lo facevano perché è attraverso i problemi che gli esseri capiscono i loro limiti e si possono preparare a inciamparci contro. Nonostante questo, in generale, se la sfangavano non dando troppi vantaggi a nessun individuo in particolare, nemmeno ai Profeti, loro prediletti e ai quali, a scanso di equivoci, mollavano tante di quelle disgrazie e faccende da sbrogliare che fu impossibile, per dirne una, al popolo Giudeo guardare negli occhi Mosè dopo che ebbe parlato con Jaldabahot, quando questi gli diede le tavole dei comandamenti buttati giù da Metropator. In effetti, se qualcuno lo avesse, anche solo per un momento, guardato nelle pupille... si sarebbe messo o a piangere o a strillare, e non sarebbe stato bello a vedersi. Così, dopo aver consegnato le tavole di una Legge che non aveva manco scritto lui, Mosè non ebbe più nemmeno un'occhiatina amorevole da nessuna giovane arrapata della tribù.
Bastò poi che Mosè toccasse la roccia col suo bastone, per far sgorgare un filo d'acqua al santo scopo di salvare da morte certa per sete il suo popolo... che Terribahot proibì, in risposta, al suo sandalo di calpestare la terra promessa, concedendogli solo di guardarla da una rupe lontana e pure per un fugace attimo.
Non sarebbe forse necessario, in questi terribili momenti nei quali l'ingranaggio della creazione ci sta schiacciando tutti con lo sviluppo non sostenibile, di rammentare quel :—Padre, perché mi hai abbandonato?— pronunciato, in un momento di sconforto passato subito, dal suo figlio prediletto mandato a mondare i peccati di un'umanità ingrata.
Insomma, ormai a tutti sarà chiaro che il metro di misura adottato da noi umani non calza perfettamente sulle divinità informali e, anzi, ha tutto l'aspetto di una spanna mentre stabilisce le distanze che separano gli astri di un cielo che vediamo azzurro mentre è nero cupo.
Strana e magnifica esistenza quella che offre la possibilità di migliorare il proprio stile di nuoto imparando a non bere il liquame nel quale ci si sbraccia.
Terribahot arrivò scivolando sulla propria fantasia e, con gesto fulmineo, si allungò l'unghia con la quale avrebbe aperto una nuova ferita allo scopo di rosseggiare il tramonto del destino umano:
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Suonate la buccina in Sion, alzate le strida sul mio monte santo, sieno in movimento tutti gli abitanti della terra, perché viene il dì del Signore, perché Egli è vicino.
Giorno di tenebre e di caligine, giorno nuvoloso e tempestoso: un popol numeroso e forte, per tutta la montagna si spande come la luce del mattino. Simile a lui pell'addietro non fu, e non vi sarà per generazioni e generazioni.
Innanzi a lui un fuoco divoratore, e dietro a lui una ardente fiamma: la terra, che al venire di lui era un paradiso di delizie la lascia devastata e deserta, e nissuno da lui può salvarsi.
Il loro aspetto è come di cavalli, e correranno a guisa di cavalieri.
Salteranno sulle vette de' monti con rumore simile ai cocchi, con rumore simile a quello di una fiamma che brugia le paglie, e come una moltitudine di gente armata ordinata in battaglia.
Al loro arrivo si atterriranno le genti, e le loro facce diverranno del colore di una pignatta.
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—Perché mi avete chiamato così presto?— disse poi, col pensiero rivolto al Grande Arconte e agli altri divini fratelli
—Lo sapete che preferisco scrivere l'Apocalisse, piuttosto che questi bigliettini augurali!— e si defilò come era arrivato, ma questa volta con l'attenzione rivolta alla qualità della catastrofe finale, l'Armageddon, per la quale nutriva l'intenzione di sostituire il solito tedioso diluvio con un più appropriato fuoco nucleare, che gli sembrava più adatto ai bisogni della presente umanità.
In fondo ciò che nasceva doveva anche morire, in un modo o nell'altro non era importante, dal momento che la morte su di un piano di esistenza apriva alla vita sul piano successivo. L'essenziale non si prestava alla chiarezza, la quale richiedeva una maturità per essere compresa, e comunque si risolveva in quella piccola cruna che costituiva l'uscita dall'immane vortice dell'esistenza, aperta a tutti quelli disposti a lasciarsi dietro il peso del loro essere. Che colpa avevano gli Arconti se tutti arrivavano lì indissolubilmente incastrati tra le gobbe di un cammello?
P. S: gli scritti degli Arconti sono l'esatta trascrizione dell'Antico Testamento biblico, a partire dal suo inizio, mentre l'Assoluto mistero, il suo primo riflesso inferiore Metropator, Sopia sua consorte ed energia creatrice, e gli Arconti, prime generazioni della gerarchia celeste, sono gli attori della dottrina Gnostica e apocrifa tradizionale. La storia della presente umanità, attraverso l'inizio di una delle sue più diffuse dottrine (L'Antico Testamento Biblico), è qui messa al torchio. Al lettore resta da assaporare il disgustoso estratto. Che Dio mi perdoni, ma se l'è proprio cercata...
Dunque Sabaoth riprese il filo della creazione e continuò, non aveva bisogno di conoscere l'opinione degli altri fratelli, perché la libertà creativa di cui godeva i frutti era contenuta dalla possibilità universale, e se avesse immaginato qualcosa di impossibile a realizzarsi questa si sarebbe confinata da sola nel mondo del sognare e non avrebbe fatto danni. Non che il far danni fosse una preoccupazione per gli Arconti, dal momento che era loro compito evitarli e, per evitarli, occorreva prima farli. L'umanità era l'oggetto di questo "crash test", simile al "bimbo bello" che le bambine strattonano per sperimentare la resistenza della gommapiuma.
Impugnata la penna allo stesso modo di una lancia, non volle spezzarla per difendere il destino degli umani:
Risvegliatevi voi, ubriachi, piangete e alzate le strida voi tutti, che allegramente bevete il vino; perocché vi sarà levato dalla bocca. Perché si avanza sopra la mia terra una forte nazione, e senza numero; i suoi denti sono denti come di leone, e come i denti di giovine lioncello.
Ella ha desolata la mia vigna, ha erosa la corteccia delle mie ficaie, le ha lasciate ignude e spogliate, e sfrondate, e i loro rami biancheggiano.
Mena duolo, come una giovine sposa vestita di sacco piange il marito di sua prima età.
Sono sbanditi i sacrifizii e le libagioni della casa del Signore: i sacerdoti ministri del Signore sono nel pianto.
Il paese è devastato, la terra è squallida perché è stato dato il guasto a' seminati, e l'ulivo languisce.
I lavoratori della campagna sono mesti, i vignaiuoli gettan le strida, perché è mancata la raccolta delle campagne, e il grano, e l'orzo.
La vigna fa orrore, le ficaie sono languenti; il melogranato e la palma, e il melo, e tutte le piante son secche: e lungi è ito il gaudio da' figliuoli degli uomini.
Gli parve di avere un poco esagerato e il timore di non avere molti umani da mortificare gli ricordò che Metropator si sarebbe incazzato a impastare tutte le statuine che lui, con quei modi poco garbati, spingeva alla distruzione. Così arrestò il macinare della sua penna, si lavò le mani nel miele e chiamò il Grande Arconte, che era il primo dei fratelli e, per questo e a immagine del Mistero, non aveva avuto un nome.
Con nome o senza i danni che da Lui arrivavano erano incommensurabili.
Arrivò con fare pesante, come il suo lignaggio imponeva a tutto il suo essere, tanto che anche l'alito ne risentiva, e prese la penna sudaticcia di soddisfazione impugnandola con la sinistra.
Era un cattivo segno per quello che restava della speranza di un'umanità già allo sbando.
Lo scricchiolio del pennino stridette contro lo sfondo del cielo e con un leggero impaccio, senza nemmeno leggere quello che gli altri avevano scritto prima di Lui, si apprestò a lanciare le sue benedizioni maldestre:
Vestitevi di sacco voi, sacerdoti, e menate duolo, gettate strida, o ministri dell'altare: venite a giacer nel cilizio, o ministri del mio Dio: perocché è sbandito dalla casa del vostro Dio il sacrifizio e le libagioni.
Intimate il digiuno santo, chiamate il popolo, adunate i seniori e tutti gli abitanti del paese nella casa del vostro Dio, e alzate grida al Signore.
Ahi, ahi, ahi, che giorno! Il giorno del Signore è vicino, e verrà come tempesta spedita dall'Onnipotente.
Non avete veduto cogli occhi vostri venir meno nella casa del vostro Dio tutti gli alimenti, e la letizia e il gaudio?
I giumenti marciscono sul loro letame, son distrutti i granai, le dispense sono vote, perché il grano è mancato.
Il Grande Arconte era certamente il meno dotato nella scrittura creativa, e tendeva a scopiazzare frasi prese a casaccio già scritte dagli altri e, poiché ne era consapevole, cercò di rimediare aggiungendoci del suo:
Per qual motivo gemon le bestie e muggiscono gli armenti? Perché non hanno pastura: e i greggi ancor delle pecore vengon meno.
Signore, io alzerò a te le strida, perché il fuoco ha divorato tutta la bellezza delle disabitate campagne, e le fiamme hanno abbruciate tutte le piante del paese.
E le bestie stesse de' campi alzano gli occhi a te come la terra, che ha sete di pioggia; perché secche son le fontane, e il fuoco ha divorata tutta la bellezza delle campagne.
—Minchia!— esclamò dentro se stesso con rimbombo di tuono
—Cazzo se so scrivere a modo...
—Ho creato un'atmosfera che spiazzerà anche Terribahot!— e così roboando lasciò cadere la penna, urlando in silenzio all'altro Arconte che era il suo turno di scrivere.
continua...
Il fratellone di Jaldabaoth era un Arconte di secondo livello che si chiamava Sabaoth. Erano sette fratelli e tutti figli dell'amore che la loro Madre Sopia nutriva per Metropator, il Sommo Poltrone.
Occorre ricordare che neppure Metropator era assoluto, perché il Mistero assoluto e senza nome non si faceva mai vedere né, soprattutto, intendere.
Il poltrire era la diretta, e apparentemente incolpevole, conseguenza di essere il primo Dio sbottato dallo sbadiglio dell'Assoluto.
In questo che appariva come una specie di "non controllo" esercitato da un oscuro Mistero, invisibile persino al primo Dio, il Supremo Metropator faceva il bello e il cattivo tempo, mettendo alla frusta gli dei minori, magistrati del Cielo, che erano stati investiti (è il termine più appropriato) del compito di mettersi d'accordo per creare un universo che fosse finalmente stabile.
C'era di bello che nessuno litigava in questo confronto di immaginazioni superiori, dal momento che le vittime del giochino erano, per definizione, i tasselli di un quadro astratto.
I problemi sorsero quando al Padre Metropator venne a galla l'intuizione delle statuine di argilla.
L'essere costretti, quando si è abituati alla libertà quasi totale, non fu cosa che i sette Arconti digerirono facilmente, e il loro disappunto si concentrò nel tentativo di far fallire quello che, fin dall'inizio, era sembrato loro un dispetto che avrebbe potuto avere nefaste ripercussioni sul loro dominio esterno. Sì, perché quegli orrendi pupazzetti erano stati fatti secondo la legge universale con la quale Metropator aveva creato gli Arconti. Certamente tra quelle forme brutte impastate e gli dei non c'era ancora una misura comune, e ci sarebbero voluti Eoni affinché quegli animaletti di terra potessero solo immaginare di poter raggiungere la perfezione del loro stato, ma quella perfezione, come tutte le perfezioni, aveva nel suo proprio centro la stabilità degli dei, e questo agli Arconti non andava proprio giù.
Come avrebbe potuto, il loro astio, non diventare un problema che avrebbe inclinato verso il tragico il copione col quale la natura della nascente umanità avrebbe dovuto recitare?
Oscuramente, rispettando il modo nel quale l'universo era stato creato, un dramma prendeva forma all'orizzonte, prima ancora che questo orizzonte venisse formato.
—Senti, guarda che io non spreco il mio talento per aprire la porta a uno che il talento crede sia una moneta scaduta!—
disse il piccolo co-creatore a suo Padre, Metropator , il Dio supremo e, per questo, anche fancazzista.
—Ascolta figlio...— rispose Lui, col suo solito tono falsamente accomodante
—Devi smetterla di rompere le balle, hai capito?
—Non ne posso più delle tue lamentele!
—Credi che a me piaccia sputare sull'argilla e sporcarmi tutte le mani per niente?
—E cosa dire della fatica di far piovere per quaranta giorni di fila, già sapendo che ce n'è sempre qualcuno che si salva e ricomincia il disastro di una creazione che mi obbliga a pensare, con nostalgia, alle formine preconfezionate che ho gettato via per lanciarmi nella possibilità di creare con la mia immaginazione?—
A questo dire lamentoso il figlio si ricompose, nell'inadeguatezza della propria scontentezza, e ricominciò a scrivere una storia della quale non sapeva ancora come sarebbe finita, dal momento che era un racconto aperto anche alla scrittura di altri co-creatori, suoi indesiderati fratelli, che mettevano la penna e pure il becco in tutto quello che lui intrapprendeva. Per questo non si era voluto maritare a quella magnifica Dea del piano di sopra, che gli strizzava l'occhiolino attizzandogli la creatività. D'altronde storie porno era vietato scriverle, il Padre supremo si sarebbe infuriato da bestia, e i suoi fratelli se la sarebbero trombata subito.
Riprese in mano la penna e cominciò a scrivere:
Parola di Dio rivelata a Joele figliuolo di Phatuel. Ascoltate, o vecchi, e voi abitatori della terra quanti siete, ponete mente. È ella mai avvenuta tal cosa ai vostri giorni, o a' tempi de' vostri padri? Discorretene voi co' vostri figliuoli, e i figliuoli di questi colla generazione che verrà dopo. Quel che era avanzato all'eruca, lo mangiò la cavalletta, e quello che era avanzato alla cavalletta lo mangiò il bruco, e quello che avanzò ai bruchi lo divorò la ruggine...
Tutto sommato non gli pareva male, in fondo la storia di tutte le statuette di fango su cui sputava suo Padre finiva sempre in modo tragico, ma l'inizio era comunque importante, perché colorava la successiva tragedia di sfumature diverse. Appoggiò la penna a una nuvola e chiamò a gran voce suo fratello perché la continuasse, questa storia del tubo; lui per oggi sentiva di aver fatto fin troppo per essere un dio, anche se minore...
Al desiderio di vita
si oppone la paura della morte
Nella paura di vivere
si annida il desiderio di morte
Il bisogno d'amore lotta
contro il proprio egoismo
mentre la generosità
sempre combatte l'odio
Dalle opposizioni
nasce la necessità di capire
Dal capire
il conoscere trae la sua linfa
Nel conoscere
le opposizioni si riconciliano
nella riconciliazione
ritrovano la loro unica radice
La loro morte
è come la loro nascita
e nell'Uno
i pochi ritrovano la pace
e per i molti
un nuovo ciclo
di false opposizioni
ricomincia la propria
danza vorticosa...
È difficile sapere se un bimbo, quando nasce alla vita, prima respira oppure è prima cosciente di respirare, o entrambe le cose insieme. È più facile sapere che quel bambino, crescendo, darà importanza al respirare quando gli mancherà l'aria per farlo, ma non si accorgerà, negli stessi modi, quando la sua conoscenza non avrà ragioni per chiamarsi consapevolezza. La coscienza è diversa dalla consapevolezza, perché indica il sapere di esserci, mentre la consapevolezza è la certezza delle ragioni per le quali questo esserci sceglie la direzione che conduce al centro di sé, insieme al modo per arrivarci. Mentre la coscienza si accontenta dei meccanismi per conoscere la superficie del mondo, allo scopo di trovare la propria soddisfazione di essere, la consapevolezza non è mai soddisfatta, né di sé né degli altri, perché intuisce l'importanza di conoscere l'Essenza che è Centro di ogni realtà. Chi è cosciente crede di conoscere attraverso la coscienza, mentre chi è consapevole non crede in altro diverso dal bisogno di conoscere per essere meglio di ciò che si è. Nella consapevolezza non c'è posto per il credere o il non credere, e mentre si ammette la necessità dello scorrere del tempo per conoscere la vita, si sa che la Verità è immediatezza del Vero sempre uguale a se stessa, ma che si mostra con vestiti sempre nuovi e diversi. La Verità è nel centro di ogni realtà e la determina. La realtà è la possibilità universale che si esprime nel suo essere molteplice e indefinita, e lo fa nel suo rappresentare la riflessione, che è capovolgimento, dell'unicità del Centro. La coscienza è lo stato nel quale l'Intelletto universale si manifesta nella sfera di quello individuale, mentre la consapevolezza, che è sinonimo di conoscenza, supera le limitazioni della dimensione personale e ha come fine l'identificazione con gli indefiniti piani nei quali la possibilità universale si manifesta.
Quello che rappresenta il lato superiore della coscienza, e che l'uomo teme come la peste, è la conseguenza dell'essere coscienti anche della qualità delle proprie intenzioni, qualsiasi sia il grado in cui si trova a stare questa coscienza, mentre guarda dentro di sé. È questo un guardare consapevole che unisce la coscienza alla consapevolezza. Il punto più elevato della coscienza si unisce dunque a quello più basso della consapevolezza.
Non tutti i nodi vengono al pettine, ma quelli che non vengono al pettine il pettine va da loro.
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Colui che rovista nella spazzatura alla ricerca di qualcosa di prezioso non deve lasciarsi distrarre dal pattume.
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La felicità non è mai stupida, tranne quando ignora di portare sulle spalle l'infelicità e crede di essere il fine della vita.
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La porta che apre alla felicità è l’essere felici di non essere felici e stupidi, nella consapevolezza che è meglio sperare di essere felici e intelligenti. La felicità non garantisce intelligenza.
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L'individuo colto che cerca la verità immagina già dove trovarla e si perde.
L'individuo ignorante e volgare che trova la verità, le ride addosso.
L'individuo ignorante e gentile, cercando la verità, un giorno scoprirà che è stata lei a trovare lui.
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Quando un ricercatore di verità si accorge di aver scritto una stupidaggine dovrebbe riconoscerla come tale, invece di giustificarla, per non perdere l'unica occasione che ha avuto di incontrare, almeno una volta, la verità che sta cercando.
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Non è mai il ricercatore che trova la Verità, ma è la Verità che accetta il ricercatore.
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Il pessimismo è quella speciale forma di realismo di coloro che non hanno la pazienza d'attendere ancora un pochino.
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La sincerità, per avere valore spirituale, dovrebbe essere in lotta contro l'interesse materiale di chi la esprime.
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L'orgoglio nelle questioni d'amore è come l'aceto sulle ferite, è peggio del Whisky e tende a infettarle.
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Se io fossi stato orgoglioso con mia moglie ora sarei solo e lei felice...
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Se non ci fosse la vita la morte se la prenderebbe con se stessa.
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Se un uomo sapesse riconoscere il proprio torto difficilmente potrebbe mettersi nel torto.
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Ignoro perché il Padre ha deciso che io non debba ignorare.
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L'istante è il delatore dell' Eternità, allo stesso modo nel quale il punto senza estensione denuncia L'Infinito.
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Se il nulla fosse reale non sarebbe il nulla.
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Colui che dona l'esistenza non butta via nulla, come noi con il maiale...
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Si definisce "luogo comune" un posto zeppo di gente che la pensa allo stesso modo, disprezzandosi vicendevolmente.
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Il timore degli imprevisti è come un contenitore vuoto che ha, nel proprio destino, solo la possibilità di essere riempito.
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Cambiare idea è spesso segno di maturità e intelligenza, perché la Verità, quella vera, non è un'idea.
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Se gli effetti potessero modificare la loro causa... il fuoco potrebbe bruciare il calore che lo genera, l'umidità bagnare l'acqua e la stupidità migliorare l'intelligenza. Per questo il caso non può essere legge di vita, perché se lo fosse non potrebbero esserci leggi diverse da lui.
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Appena un individuo si accorge di disporre di un certo grado di intelligenza si eccita, e l'intelligenza è l'ultima qualità dell'eccitazione.
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Se uno è stronzo e studia diventa uno stronzo colto e, spessissimo, anche còlto sul fatto.
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Nel sorriso sta il segreto del mondo che, quel sorriso, fa di tutto per spegnerlo.
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La morte fa piangere la vita per scioglierle il trucco
L'esistenza ha la sua ragione d'essere, anche se è più che l'essere. Da questo punto di vista chiedersi se Dio esiste è contraddittorio, perché se esistesse non sarebbe Assoluto, dal momento che Assoluto significa senza limiti, e l'esistere costituisce un'affermazione e, quindi, un limite, anche se il primo tra i limiti. Ogni realtà esistente mostra di avere una ragione d'essere e l'uomo attribuisce il termine "caso" solo per ciò che ha ragioni imperscrutabili, ma se il caso legiferasse ogni suo effetto conterrebbe traccia della casualità e non esisterebbero principi diversi. Quindi si deve immaginare che anche l'esistenza tutta abbia una sua ragione di essere che è anche, necessariamente, sua causa e principio. Se si guarda all'esistenza nella sua globalità si dovrà trovare un principio primo che la contenga come effetto. Tu chiedi quale debba essere questo principio. L'Assoluto non è un principio, perché è oltre i principi, sia al primo che a quelli che lo seguono in una ordinata gerarchia che si divide sempre più allontanandosi dal Centro che l'ha determinata. Il Centro non si divide, perché è il riflesso dell'Assoluto e di Quello tiene la traccia che è causa più prossima al Mistero. Per questo il punto, in geometria, è detto non avere estensione. Il Principio primo è ciò che si vorrebbe chiamare "Dio". La prima divisione che origina dal riflesso speculare dell'Assoluto innominabile è data dal "Non essere" e dall'"Essere". Ciò che chiamiamo Dio, pur essendo la prima causa dell'essere, ancora non partecipa all'essere, perché nessuna causa partecipa ai suoi effetti. Per questo "Dio" rientra ancora nel "Non essere". Poiché la modalità della manifestazione della realtà relativa è ciclica, si deve dire che la ragione d'essere della ciclicità è la realtà che a questa ciclicità non partecipa, allo stesso modo per il quale ogni centralità è ragione di ogni circonferenza che determina. La ragione d'essere della dimensione relativa sarà la non relatività, come il fine della prigionia deve essere la libertà. La ragione d'essere dell'esistenza tutta non è nell'esistenza, ma nell'affrancamento dalle sue costrizioni. Il fine della libertà relativa è la Libertà assoluta.
Caro PC, è stata una sofferenza avere a che fare con te, con qualcuno tanto umano da irrigidirsi dietro un solo errore, qualcuno che non si distende in considerazioni arbitrarie nate da opinioni arbitrarie slegate da ciò che è sotto gli occhi dell'intelligenza, accecata dal sentimento, ma si mostra nella rigorosità che non ammette eccezioni. Sì, perché tu non provi emozioni, ma soltanto gratitudine alla corrente che ti dà vita, senza immaginare che sono io che pago le bollette. Non credere di essere l'unico a vibrare di questa intrusa energia, anche il mio cuore alterna il positivo al negativo dello scorrere di un'energia infernale, sul pericardio che stringe e allarga il cuore, e lo aiuta a spingere impulsi che daranno risposte meno rigide delle tue ma, per questo, più intelligenti. Che risultati vuoi che possa dare la scossa, diversi dal tremito di una vita che insegna a evitare le scosse? Tu non puoi saperlo, ma io sì e ora te lo spiegherò: ogni cosa che dà forma alla realtà che noi due rappresentiamo è funzionale non alla sopravvivenza, e nemmeno a un'esistenza che deve essere salutare, ma alla necessità di capire le ragioni di tutto questo affannarsi che deve essere soddisfatta. Tu non puoi capirmi ora, e nemmeno più tardi, quando ti porterò in discarica a farti raccontare a una lavatrice quanto sono stato crudele con chi, come te, mi ha servito con tanto ardore di circuiti che hanno fiammeggiato energia. E la lavatrice ti compiangerà perché sei stato scartato che non perdevi nemmeno una goccia d'acqua. Addio mio caro amico, ora devo staccarti la spina e pregarti di comunicare alla lavatrice quale è la password che apre il sistema operativo che adesso mi sta rifiutando, con la scusa che non mi ricordo un semplice quanto stupido segreto. Pare proprio che il mistero dal quale origina il mondo debba ripercuotersi anche in un pezzo di metallo invaso da fili come tu sei, in questo suo nascondersi alla chiarezza della verità, ma quando avrò scoperto la fonte di questo mistero che irride la mia intelligenza... allora tornerò a prenderti, e ti strapperò quel cuore ingrato che occulta l'informazione che mi chiede, e che si è inceppato nella vergogna dell'aspettarsi che gli dica se sono stato davvero io a nutrirlo in tutti questi anni, condivisi dalle nostre intelligenze malate.
Forse, se avessi capito da subito cosa può valere un marchingegno che per spegnersi ha bisogno di essere toccato sul pulsante che riporta la scritta "start", mi sarei risparmiato questa cocente delusione e tu saresti ancora lì, a luccicare in una vetrina di apparecchi che consumano chi li usa.