Erano eoni che i gambalunga si erano ritirati dal mondo vero per rinchiudersi nella sfera del piombo. Tolta qualche commissione per lavori ai loro castelli, il piccolo popolo non si poteva certo lamentare di un'assenza che non era significativa, dal momento che i matrimoni misti tra la specie umana e quella degli esseri elementali erano più rari delle pietre magiche, e non si sarebbero potuti chiamare matrimoni se non per il solo aspetto d'amorevolezza che legava tra loro gli individui che si erano voluti unire nell'abbraccio universale, il quale permeava la realtà, in veste di estrema possibilità, anche adesso che un'alta parete di freddo divideva quelle due dimensioni dell'essere che, ormai, quasi nulla avevano in comune.
Rioverde era un gambalunga più gambalunga di tutti gli altri, perché superava i due metri d'altezza. Gli avevano dato quello strano nome perché era lungo come uno stretto fiume e amava passeggiare per il bosco allo stesso modo dei corsi d'acqua. Col tempo il suo nome si era accorciato in "Rio" ed era l'unica cosa corta che avesse. Anche il suo sguardo era lungo e riusciva a penetrare l'intrico del fogliame meglio di quanto potesse fare una lepre.
Rio era sempre in giro per il bosco il quale ormai ne considerava la presenza assidua come una necessità, alla stessa stregua delle proprie, lunghe, fronde.
Riparato da una foschia magica che lo fondeva all'ambiente circostante, il piccolo popolo dei boschi viveva come avevano vissuto i suoi antenati, in quello scorrere di eventi sempre nuovi e tuttavia così diversi da quelli trascorsi, che alle antiche armonie se ne sovrapponevano di nuove che portavano con sé anche le fatiche dell'esistere per doversi migliorare. Era così difficile riuscire a mantenere le antiche tradizioni, che erano sopravvissute agli esseri del piccolo popolo, senza corromperle con idee e visuali che non avevano alcuna dignità per poter essere considerate possibili, e nessuno degli elementali era disposto a cedere, tranne forse i Troll, ma tutti sapevano che loro distruggevano soltanto per creare spazio al nuovo, e non importava loro di costruirlo questo nuovo, che avanzava insofferente del passato. Quello era il compito riservato agli Elfi, mentre ai Nani spettava il mantenimento di ciò che si mostrava essere buono e durevole.
Cala era una piccola nana, più piccola di tutte le altre nane perché non superava il mezzo metro d'altezza quando metteva il suo piccolo piede al di là della nebbia magica, ché altrimenti i nani sarebbero ancora più piccoli, nel loro mondo parallelo al nostro.
Le era stato dato quel nomignolo perché amava sedersi nel bosco sulla riva del fiume, e lì guardava l'aria che si toccava con l'acqua e i pesci che giocavano a nascondino con gli uccelli.
Immobile, e invisibile come una radice, Cala si divertiva a osservare tutto ciò che accadeva nel bosco, e ogni volta che vedeva Rio sbattere la testa contro i rami alti ridacchiava sommessamente, imitando il fregolio delle foglie nel vento. Quel giorno, però, non un refolo d'aria giocava col fogliame e Rio se ne accorse...
—Chi c'è lì dietro, nascosto nell'ombra?—
—Persino le talpe oggi ridono di me?—
A quel dire Cala si accorse che Rio era circondato dalla stessa sua tristezza, e la consapevolezza di quella condivisione le fece avere un moto incontrollabile che le spinse il piede fuori dalla nebbiolina verde che la sua volontà sprigionava. Rio, nonostante lei gli fosse davanti, ancora non riusciva a vederla, perché i nani si vestono dei colori del bosco e hanno contorni che si mimetizzano con quelli delle cose che stanno loro vicino.
Cala non ignorava la propria invisibilità, era un'arte che è insegnata al piccolo popolo del bosco dagli anziani e ognuno la perfeziona come può, ma nessuno ne era maestro come lo era Cala.
Rio, che ne percepiva la presenza, si sedette sconsolato su un sasso coperto di muschio, e si terrorizzò quando da quella pietra una voce femminile lo apostrofò decisa.
—Hei gambalunghissima, stai un po' attento a dove ti siedi!—
Rio saltò come il suo spavento e si mise a frugare intorno con lo sguardo, ma non vide nulla. Si inginocchiò per scrutare meglio e un morso sulla natica lo fece rabbrividire
—Ahhhh! Un serpente mi ha morso, aiuto!—
Cala se la rideva come al solito e iniziò a schernirlo divertita
—Più lunghi siete e più lontani dalla verità andate—
Rio questa volta allungò veloce la mano verso la voce e si punse a sangue con le spine di un ramo d'acacia. Cala si era nascosta lì in mezzo perché se l'era immaginata una reazione di quel genere.
Rio passò dalla sorpresa alla paura, e dalla paura alla meraviglia quando Cala si fece scorgere, mezza sì e l'altra metà no, su un ramo, alto e irraggiungibile, sopra la testa del gambalunga.
Rio non credeva ai suoi occhi perché, come tutti i suoi simili, aveva creduto che il piccolo popolo fosse scomparso per sempre da quei boschi e andato chissà dove. Erano parecchi anni che persino il raccontare dei vecchi non aveva più il piccolo popolo dentro le sue storie.
Ora lui ne aveva una davanti o, per meglio dire, sopra, cosa alla quale Rio non era abituato.
—Da dove spunti tu, e perché mi hai morso?— le disse guardingo
—Morso? Sei tu che mi hai colpito i denti con le chiappe, ti muovi con la stessa cura di una pertica maneggiata da Oblob!—
—E chi è Oblob?— chiese lui curioso
—È Oblob "occhio d'aquila", il cieco del mio villaggio...—
—E dov'è questo villaggio? Se ce ne fosse uno l'avrei visto di sicuro!—
—Tu mi stai prendendo in giro e devi essere una visione, perché i nani non sono belli—
Cala finse di non cogliere quello che, per lei, era il più bel complimento che mai avesse ricevuto, e si sarebbe messa a ballare se non fosse stata in bilico così in alto.
—Che ne puoi sapere tu, spilungone picchiatesta, della grazia del piccolo popolo?—
—Nulla— rispose lui
—Nulla—
Il nulla, in fondo, era solo un modo per negare il tutto e per dire che, nel tutto, non c'era posto per la contraddizione la quale era, nei rapporti con l'esistenza, un'impossibilità, un puro nulla quindi.
Per questo, nell'universo, ogni realtà particolare conserva una possibilità di legarsi alle altre realtà, e il filo che ha cucito gli arabeschi che compongono il pizzo punteggiato dalle stelle nel cielo, unisce ogni stella nella necessità della convivenza, e questo stare uniti solo l'amore può realizzarlo.
Rio e Cala, in un certo modo, mostravano che due possibilità di essere, tanto lontane tra loro, potevano guardarsi nella libertà di decidere che cosa fare.
Non tutte le stelle del cielo hanno la stessa fortuna.
Senza avvisare, la sera arrivò rapida col suo bagaglio di buio, perché nella foresta non si vede il sole nascondersi, e non si sa mai quanto durerà il rosso nel cielo.
Cala e Rio non ebbero nemmeno il tempo di salutarsi e scomparvero, contemporaneamente, l'uno agli occhi dell'altro, ma in entrambi si allungò un'ombra nel cuore, e aveva la stessa lunghezza.
Il giorno seguente, e dopo aver agitato di sogni la notte, Rio tornò nella stessa macchia dove aveva incontrato una nana della quale ignorava tutto, persino il nome, ma Cala non era lì o, almeno, non gli riuscì di vederla.
Il bosco, senza di lei, aveva l'aria di essere una confusione di alberi senza senso, mentre al villaggio sprofondato nella bruma dove si affannava il piccolo popolo del bosco, Cala guardava gli alberi sentendo che uno di loro, il più bello di tutti, stava mettendo radici nel suo cuore.
Che avrebbe pensato la gente del villaggio di lei, se l'avessero vista soltanto parlare con un gambalunga?
Non erano forse stati i gambalunga a tagliare gli alberi del bosco costringendo il piccolo popolo a rifugiarsi nelle cavità segrete e gelide della terra?
O a catturare nani per esibirli, come bestie speciali, alle fiere dei loro paesi che erano diventati delle città sempre più rumorose e prepotenti?
Troppe erano le ragioni che allontanavano i suoi pensieri dai suoi sentimenti, almeno tante quante erano quelle che amareggiavano il cuore di Rio, che smise persino di addentrarsi nella foresta nel timore di dover regalare la sua vita all'ignoto che voleva catturargliela.
Una sera, altri gambalunga che si erano accorti della sua tristezza gli offrirono da bere, e Rio raccontò loro del suo strano incontro, che somigliava a un sogno, avuto nella foresta. Disse loro di quella bellissima nana e della magia che usciva dalla sua voce e dei colori cangianti dei quali il suo animo copiava le sfumature, e degli zampilli di gioia del suo umore.
Alle orecchie di quegli uomini quelle parole suonarono delle stesse note che escono dalle monete quando cadono in un forziere, e l'incrociarsi rapido dei loro sguardi ricordò quello delle fiere a caccia di cuccioli abbandonati.
Nessuno avrebbe potuto catturare Cala se lei non avesse voluto essere presa, e lei si fece imprigionare solo perché le restava quell'unica speranza di poter incontrare Rioverde, il quale non aveva più messo le sue lunghe gambe in quel bosco che, improvvisamente, era ingiallito dal dispiacere.
Nulla a questo mondo, e neppure negli altri, dura per sempre, perché tutto è costretto in una curvatura la quale, nel suo seguire una linea apparentemente dritta, piega alle proprie leggi persino le montagne che, per questo, si trasformeranno in valli destinate a sollevarsi di nuovo.
Così è anche per la tristezza che dovrà, un bel giorno, incontrare una ragione per morire.
Quel giorno l'infelicità camminava sulle spalle di Rio, senza provare curiosità per le merci esposte alla festa con la quale i gambalunga celebravano la morte di un santo che diceva loro di non festeggiare il male.
Quello stesso male che si vantava di irridere la diversità di un essere, rinchiuso in una gabbia di legno appesa a un artiglio di ferro, esposto
alla crudeltà con la quale la debolezza della cattiveria costituisce gruppi di demoni dalle sembianze umane.
Rio vide Cala seduta al centro di quella prigione dondolante, e i suoi occhi cercarono quelli di lei che erano come carboni accesi dalla rabbia.
Cala finse di non vederlo, ma gli occhi di Rio stavano già correndo per le sbarre cercando il loro punto debole, che non trovarono.
Una specie di orco, grasso e unto, provocava Cala con un bastone per farle cambiare colori come fosse stata un camaleonte, e tutti ridevano sguaiatamente incitandolo a provarci ancora.
I gambalunga si erano dimenticati che le mura delle loro città erano state costruite dai nani, in un remoto passato che era sprofondato nel terreno che ancora le sosteneva.
Gli uomini che avevano catturato Cala si accorsero di Rio solo quando se lo trovarono di fronte armato di bastone, ma la violenza sa da che parte stare e riuscirono a sopraffarlo.
Lo rinchiusero insieme a Cala, a dondolare nella malvagità di occhi che non tolleravano la libertà di amarsi perché l'amore era, per loro, solo un obbligo della convenienza.
A volte nel mondo si affrontano, sullo stesso scenario, realtà la cui complessità riesce a stare nella luce fugace di uno sguardo che non può essere spiegato, e tra le ricchezze inutili di quel mercato s'incrociava la libertà imprigionata e la prigione in cui soffocavano cuori che si credevano liberi.