oroboros blog

L'intelligenza è la vergogna dell'Intuito
Image Hosting un mio disegno, molto approssimativo e senza case, del luogo dove abito
mercoledì, 25 novembre 2009

Tragico dramma

Erano eoni che i gambalunga si erano ritirati dal mondo vero per rinchiudersi nella sfera del piombo. Tolta qualche commissione per lavori ai loro castelli, il piccolo popolo non si poteva certo lamentare di un'assenza che non era significativa, dal momento che i matrimoni misti tra la specie umana e quella degli esseri elementali erano più rari delle pietre magiche, e non si sarebbero potuti chiamare matrimoni se non per il solo aspetto d'amorevolezza che legava tra loro gli individui che si erano voluti unire nell'abbraccio universale, il quale permeava la realtà, in veste di estrema possibilità, anche adesso che un'alta parete di freddo divideva quelle due dimensioni dell'essere che, ormai, quasi nulla avevano in comune.
 
Rioverde era un gambalunga più gambalunga di tutti gli altri, perché superava i due metri d'altezza. Gli avevano dato quello strano nome perché era lungo come uno stretto fiume e amava passeggiare per il bosco allo stesso modo dei corsi d'acqua. Col tempo il suo nome si era accorciato in "Rio" ed era l'unica cosa corta che avesse. Anche il suo sguardo era lungo e riusciva a penetrare l'intrico del fogliame meglio di quanto potesse fare una lepre.
Rio era sempre in giro per il bosco il quale ormai ne considerava la presenza assidua come una necessità, alla stessa stregua delle proprie, lunghe, fronde.
 
Riparato da una foschia magica che lo fondeva all'ambiente circostante, il piccolo popolo dei boschi viveva come avevano vissuto i suoi antenati, in quello scorrere di eventi sempre nuovi e tuttavia così diversi da quelli trascorsi, che alle antiche armonie se ne sovrapponevano di nuove che portavano con sé anche le fatiche dell'esistere per doversi migliorare. Era così difficile riuscire a mantenere le antiche tradizioni, che erano sopravvissute agli esseri del piccolo popolo, senza corromperle con idee e visuali che non avevano alcuna dignità per poter essere considerate possibili, e nessuno degli elementali era disposto a cedere, tranne forse i Troll, ma tutti sapevano che loro distruggevano soltanto per creare spazio al nuovo, e non importava loro di costruirlo questo nuovo, che avanzava insofferente del passato. Quello era il compito riservato agli Elfi, mentre ai Nani spettava il mantenimento di ciò che si mostrava essere buono e durevole.
 
Cala era una piccola nana, più piccola di tutte le altre nane perché non superava il mezzo metro d'altezza quando metteva il suo piccolo piede al di là della nebbia magica, ché altrimenti i nani sarebbero ancora più piccoli, nel loro mondo parallelo al nostro.
Le era stato dato quel nomignolo perché amava sedersi nel bosco sulla riva del fiume, e lì guardava l'aria che si toccava con l'acqua e i pesci che giocavano a nascondino con gli uccelli.
 
Immobile, e invisibile come una radice, Cala si divertiva a osservare tutto ciò che accadeva nel bosco, e ogni volta che vedeva Rio sbattere la testa contro i rami alti ridacchiava sommessamente, imitando il fregolio delle foglie nel vento. Quel giorno, però, non un refolo d'aria giocava col fogliame e Rio se ne accorse...
 
—Chi c'è lì dietro, nascosto nell'ombra?—
—Persino le talpe oggi ridono di me?—
 
A quel dire Cala si accorse che Rio era circondato dalla stessa sua tristezza, e la consapevolezza di quella condivisione le fece avere un moto incontrollabile che le spinse il piede fuori dalla nebbiolina verde che la sua volontà sprigionava. Rio, nonostante lei gli fosse davanti, ancora non riusciva a vederla, perché i nani si vestono dei colori del bosco e hanno contorni che si mimetizzano con quelli delle cose che stanno loro vicino.
Cala non ignorava la propria invisibilità, era un'arte che è insegnata al piccolo popolo del bosco dagli anziani e ognuno la perfeziona come può, ma nessuno ne era maestro come lo era Cala.
Rio, che ne percepiva la presenza, si sedette sconsolato su un sasso coperto di muschio, e si terrorizzò quando da quella pietra una voce femminile lo apostrofò decisa.
—Hei gambalunghissima, stai un po' attento a dove ti siedi!—
 
Rio saltò come il suo spavento e si mise a frugare intorno con lo sguardo, ma non vide nulla. Si inginocchiò per scrutare meglio e un morso sulla natica lo fece rabbrividire
—Ahhhh! Un serpente mi ha morso, aiuto!—
 
Cala se la rideva come al solito e iniziò a schernirlo divertita
—Più lunghi siete e più lontani dalla verità andate—
 
Rio questa volta allungò veloce la mano verso la voce e si punse a sangue con le spine di un ramo d'acacia. Cala si era nascosta lì in mezzo perché se l'era immaginata una reazione di quel genere.
 
Rio passò dalla sorpresa alla paura, e dalla paura alla meraviglia quando Cala si fece scorgere, mezza sì e l'altra metà no, su un ramo, alto e irraggiungibile, sopra la testa del gambalunga.
 
Rio non credeva ai suoi occhi perché, come tutti i suoi simili, aveva creduto che il piccolo popolo fosse scomparso per sempre da quei boschi e andato chissà dove. Erano parecchi anni che persino il raccontare dei vecchi non aveva più il piccolo popolo dentro le sue storie.
Ora lui ne aveva una davanti o, per meglio dire, sopra, cosa alla quale Rio non era abituato.
 
—Da dove spunti tu, e perché mi hai morso?— le disse guardingo
 
—Morso? Sei tu che mi hai colpito i denti con le chiappe, ti muovi con la stessa cura di una pertica maneggiata da Oblob!—
 
—E chi è Oblob?— chiese lui curioso
 
—È Oblob "occhio d'aquila", il cieco del mio villaggio...—
 
—E dov'è questo villaggio? Se ce ne fosse uno l'avrei visto di sicuro!—
—Tu mi stai prendendo in giro e devi essere una visione, perché i nani non sono belli—
 
Cala finse di non cogliere quello che, per lei, era il più bel complimento che mai avesse ricevuto, e si sarebbe messa a ballare se non fosse stata in bilico così in alto.
 
—Che ne puoi sapere tu, spilungone picchiatesta, della grazia del piccolo popolo?—
 
—Nulla— rispose lui
—Nulla—
 
Il nulla, in fondo, era solo un modo per negare il tutto e per dire che, nel tutto, non c'era posto per la contraddizione la quale era, nei rapporti con l'esistenza, un'impossibilità, un puro nulla quindi.
 
Per questo, nell'universo, ogni realtà particolare conserva una possibilità di legarsi alle altre realtà, e il filo che ha cucito gli arabeschi che compongono il pizzo punteggiato dalle stelle nel cielo, unisce ogni stella nella necessità della convivenza, e questo stare uniti solo l'amore può realizzarlo.
 
Rio e Cala, in un certo modo, mostravano che due possibilità di essere, tanto lontane tra loro, potevano guardarsi nella libertà di decidere che cosa fare.
Non tutte le stelle del cielo hanno la stessa fortuna.
 
Senza avvisare, la sera arrivò rapida col suo bagaglio di buio, perché nella foresta non si vede il sole nascondersi, e non si sa mai quanto durerà il rosso nel cielo.
 
Cala e Rio non ebbero nemmeno il tempo di salutarsi e scomparvero, contemporaneamente, l'uno agli occhi dell'altro, ma in entrambi si allungò un'ombra nel cuore, e aveva la stessa lunghezza.
 
Il giorno seguente, e dopo aver agitato di sogni la notte, Rio tornò nella stessa macchia dove aveva incontrato una nana della quale ignorava tutto, persino il nome, ma Cala non era lì o, almeno, non gli riuscì di vederla.
 
Il bosco, senza di lei, aveva l'aria di essere una confusione di alberi senza senso, mentre al villaggio sprofondato nella bruma dove si affannava il piccolo popolo del bosco, Cala guardava gli alberi sentendo che uno di loro, il più bello di tutti, stava mettendo radici nel suo cuore.
 
Che avrebbe pensato la gente del villaggio di lei, se l'avessero vista soltanto parlare con un gambalunga?
Non erano forse stati i gambalunga a tagliare gli alberi del bosco costringendo il piccolo popolo a rifugiarsi nelle cavità segrete e gelide della terra?
O a catturare nani per esibirli, come bestie speciali, alle fiere dei loro paesi che erano diventati delle città sempre più rumorose e prepotenti?
Troppe erano le ragioni che allontanavano i suoi pensieri dai suoi sentimenti, almeno tante quante erano quelle che amareggiavano il cuore di Rio, che smise persino di addentrarsi nella foresta nel timore di dover regalare la sua vita all'ignoto che voleva catturargliela.
 
Una sera, altri gambalunga che si erano accorti della sua tristezza gli offrirono da bere, e Rio raccontò loro del suo strano incontro, che somigliava a un sogno, avuto nella foresta. Disse loro di quella bellissima nana e della magia che usciva dalla sua voce e dei colori cangianti dei quali il suo animo copiava le sfumature, e degli zampilli di gioia del suo umore.
Alle orecchie di quegli uomini quelle parole suonarono delle stesse note che escono dalle monete quando cadono in un forziere, e l'incrociarsi rapido dei loro sguardi ricordò quello delle fiere a caccia di cuccioli abbandonati.
 
Nessuno avrebbe potuto catturare Cala se lei non avesse voluto essere presa, e lei si fece imprigionare solo perché le restava quell'unica speranza di poter incontrare Rioverde, il quale non aveva più messo le sue lunghe gambe in quel bosco che, improvvisamente, era ingiallito dal dispiacere.
 
Nulla a questo mondo, e neppure negli altri, dura per sempre, perché tutto è costretto in una curvatura la quale, nel suo seguire una linea apparentemente dritta, piega alle proprie leggi persino le montagne che, per questo, si trasformeranno in valli destinate a sollevarsi di nuovo.
Così è anche per la tristezza che dovrà, un bel giorno, incontrare una ragione per morire.
Quel giorno l'infelicità camminava sulle spalle di Rio, senza provare curiosità per le merci esposte alla festa con la quale i gambalunga celebravano la morte di un santo che diceva loro di non festeggiare il male.
Quello stesso male che si vantava di irridere la diversità di un essere, rinchiuso in una gabbia di legno appesa a un artiglio di ferro, esposto
alla crudeltà con la quale la debolezza della cattiveria costituisce gruppi di demoni dalle sembianze umane.
 
Rio vide Cala seduta al centro di quella prigione dondolante, e i suoi occhi cercarono quelli di lei che erano come carboni accesi dalla rabbia.
Cala finse di non vederlo, ma gli occhi di Rio stavano già correndo per le sbarre cercando il loro punto debole, che non trovarono.
 
Una specie di orco, grasso e unto, provocava Cala con un bastone per farle cambiare colori come fosse stata un camaleonte, e tutti ridevano sguaiatamente incitandolo a provarci ancora.
 
I gambalunga si erano dimenticati che le mura delle loro città erano state costruite dai nani, in un remoto passato che era sprofondato nel terreno che ancora le sosteneva.
 
Gli uomini che avevano catturato Cala si accorsero di Rio solo quando se lo trovarono di fronte armato di bastone, ma la violenza sa da che parte stare e riuscirono a sopraffarlo.
Lo rinchiusero insieme a Cala, a dondolare nella malvagità di occhi che non tolleravano la libertà di amarsi perché l'amore era, per loro, solo un obbligo della convenienza.
 
A volte nel mondo si affrontano, sullo stesso scenario, realtà la cui complessità riesce a stare nella luce fugace di uno sguardo che non può essere spiegato, e tra le ricchezze inutili di quel mercato s'incrociava la libertà imprigionata e la prigione in cui soffocavano cuori che si credevano liberi.
 
 
 
 
 

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venerdì, 20 novembre 2009

Lo strano sogno di Vidharr

 
L'universo si sa, è uno, a immagine del Centro che l'ha generato, e tutto comprende non potendo escludere che l'impossibile a realizzarsi in nessuno dei suoi indefiniti piani di realtà, quello dei sogni compreso.
 
—Lì si realizzano le cose più strambe—
 
pensò Vidharr, guardandosi attorno stralunato, nell'impossibilità di cogliere il senso di quello che vedeva.
I nani, escluse rare eccezioni, non dormono molto e si danno un gran daffare a costruire castelli e strade in dura pietra, scavare miniere dove estrarre metalli e pietre magiche e corteggiare nane pericolose, con le quali tentare invano di esporsi in vanterie che le nane mortificano senza alcuna pietà, maneggiando una cruda superiorità intellettuale che è l'unica arma che un nano ha problemi a schivare.
Questa loro natura non li spinge, di solito, a dare eccessiva importanza al corpo dei sogni evanescenti che insidiano la loro connaturata solidità.
Per la stessa ragione i nani poco apprezzano tutto quello che mette in precario equilibrio convinzioni e conoscenze, le quali si allungano misteriosamente nel loro epico passato, allo stesso modo in cui l'intreccio di grotte, scavate dagli antenati, si perde sprofondando verso il centro del pianeta, infuocato come la fucina che arde nei loro cuori.
Ma questa volta era uno strano sognare, quello che accompagnava le solide convinzioni di Vidharr verso il pericolo di sgretolarsi, e i responsabili dovevano essere stati i funghi raccolti nella grotta del labirinto oscuro.
Gli tornavano alla mente antichi ricordi di frasi sussurrate alle sue orecchie appuntite dalla nonna, che gli ordinava di calpestare quei frutti del diavolo e di non guardarli neppure.
Lui, entrato nella grotta del labirinto oscuro inseguendo un coniglio selvatico, si era perso e aveva vagato per un tempo interminabile tra quei cunicoli, ciechi come la sua anima che aveva dovuto azzittire per riempirsi lo stomaco. Già, lo stomaco. La sua nonnina gli aveva insegnato a diffidare anche di quello, assicurandogli che era l'antro del demonio e che aveva due uscite: una davanti e l'altra dietro, ma tutte e due conducevano all'inferno.
Come non darle ragione ora che nei suoi occhi quelle fiamme roteavano insopportabili, pulsandogli nel petto come a volergli urlare che il mondo stava lì, davanti alla sua intelligenza, ma non era come lui l'avrebbe voluto, era molto più bello.
Aveva dovuto mangiarli quei maledetti funghi, per non morire di fame, e non era più sicuro che ne fosse valsa la pena. Adesso che il mondo parlava non attraverso la solita voce che lo aveva tormentato fino a quel giorno, ma per immagini nude, veloci e crudeli come sa essere la verità quando esplode. Di fronte al terremoto di emozioni che gli faceva tremare quel suo cuore di nano, generoso e temerario, che segnava il centro del suo esserci, lui era immobile perché non c'erano frecce da schivare né lance da spezzare. C'era solo un nano e la sua dignità, offesa dal nuovo scorrere degli eventi che l'avevano ricondotto fuori da quel buio, ricomponendo il labirinto della caverna nell'altro labirinto, quello interiore e che, stando fuori dalle sue previsioni, aveva una sola uscita che sfociava nel destare il suo spirito.
Il bosco era più gigantesco di quando l'aveva lasciato per entrare nel labirinto oscuro, e vivo come non lo aveva mai visto prima.
I rami si muovevano sinuosi e sembravano salutare la sua diversa coscienza che, confusa da tanta bellezza, gioiva come se avesse avuto le ali.
I piedi si muovevano leggeri tra i rami secchi, e le foglie erano percorse da tutte le sfumature che il giallo conosce. Non un inciampo sul sentiero non tracciato dagli uomini, ma solo da un Mistero che si divertiva a nascondersi, mostrando i propri fantasmi in una vorticosa danza di immagini che inebriavano di vertigine.
Il suo turbinio di pensieri aveva la forma delle nuvole che si rincorrono nel vento, assumendo forme che non si possono fissare, senza meravigliarsi della sfrenata fantasia di un cielo che non era mai stato vuoto.
Arrivò al villaggio a sera inoltrata, stanco e con gli occhi cerchiati da cornici nelle quali ancora correva l'energia dello stupore.
I bimbi gli corsero incontro in cerca di bacche dolci, ma si fermarono quando sentirono il tremore nelle sue mani e lo videro stanco e sfatto, come un letto dove si è trascorsa la notte a piangere.
La notizia del suo arrivo, dopo una settimana di assenza, si diffuse veloce quasi quanto la contentezza di saperlo vivo, e Ghedra non ebbe nemmeno la forza di corrergli incontro perché quella forza doveva servirle per frenare le lacrime.
—Fannullone di un marito incosciente!— Vidharr sentì tuonare nella testa, e pensò che mai Ghedra si era così avvicinata alla sua realtà interiore.
L'effetto dei funghi era ancora nel pieno dello sfavillio di meraviglia e Vidharr sapeva che il suo nuovo vedere gli avrebbe rivelato un lato del suo villaggio che non avrebbe mai voluto conoscere.
Entrò nella sua casa e gli sembrò troppo piccola per un cuore che era stato una cosa sola con la foresta e il cielo, nella consapevolezza di avere un unico Padre, più piccolo anche di un nano, ma più grande dell'universo intero.
 

Vidharr aveva un corpo temprato meglio di una spada, e sodo come quello di un sasso quando è privo di venature, ma il suo animo era gentile come una mammola appena uscita dalla terra per guardare la primavera, e l'effetto dei funghi lo stava scombussolando più dell'accarezzare una piccola pietra magica.
Incapace di stare fermo, in quella sua casa che teneva fuori il mondo, decise di uscire e di sedersi sulla pietra tonda che stava al confine esterno del villaggio. Da lì avrebbe potuto guardare, senza essere disturbato, la fantasia del Padre che pennellava la realtà senza tralasciare un solo colore. I tetti di paglia che punteggiavano il villaggio, come i bottoni bianchi decorano un'amanita muscaria, sembravano prendere per i capelli le pareti che li sostenevano, e tutto aveva l'aspetto di stare a gambe all'aria. Nulla scombussola un nano più del ribaltamento delle proprie convinzioni. A pensarci bene era così anche per i gambalunga che, come accadeva per i nani, erano capaci di urtare l'evidenza, spintonandola, pur di appropriarsi della ragione.
L'aria che ondeggiava divertita attorno ai suoi occhi lo convinse che le allucinazioni hanno un proprio spessore, che assomiglia a quello dei sogni, e che ti può far ridere nel sonno, oppure urlare di terrore.
Ben presto, a cominciare dai bambini, una moltitudine di nani e nane gli si raccolse vicino, accovacciandosi attorno silenziosa, nell’aspettativa di una rivelazione che uscisse da quegli occhi i quali, diventati più neri e luminosi, mostravano di poter scavare una più profonda galleria dentro ai segreti che custodivano quella che era, per tutti, una realtà che mostrava la propria amorevolezza raramente, e solo alla chiusura del sipario.
Vidharr, che avrebbe desiderato stare solo e che provava vergogna in quel sentirsi nudo davanti a un mondo che lo incitava, prese a guardarli uno per uno, alla luce delle vampate di fiamma fredda che illuminava quei volti tondi, nei quali erano incastonati occhi che volevano sapere cosa può nascere al di fuori del consueto.
Lui li percepiva come fossero tutti suoi figli, nati da Ghedra, la sua amata moglie, tosta, necessaria e fluida come è la pietra quando affila le lame.
Non osava pensare cosa lui avrebbe potuto essere senza di lei la quale, in disparte per non forzarlo troppo, quella sera pareva essere dentro al suo cuore, e forse da lì non sarebbe mai uscita.

Allo stesso modo dell'esistenza, che nasce senza chiedere permessi solo perché può, la voce di Vidharr prese a modulare un flebile canto che usciva da quello che pareva essere uno zufolo nella sua gola:


 
 
Dolce è la bruma che circonda la sera come fosse profumo di una cosa non vera
 
 
Piano si espande come un pianto sommesso rivelando paure che le stanno nel mezzo
 
 
Come da storia antica si dimentica presto e ci si riaddormenta attorcigliati al canestro
 
 
delle cose volute da incantesimi strani con i cuori induriti come fossero mani
 
 
che si allungano a prendere una bruma che sfugge come il cuore di nano che per questo si strugge
 
 
Le note della nenia, uscita dallo sguardo col quale Vidharr abbracciava il piccolo popolo dei boschi, si dispersero languide senza incontrare resistenze, e molti furono i cuori che le seguirono, almeno tanti quanti erano i luccichii di commozione che riflettevano lo scoppiettare delle fiamme, alzatesi a sfidare il vento che le portava via con sé.
 
Vidharr non sembrava più lui, e Ghedra fu sorpresa che il suo nano potesse lasciarsi andare ai moti dell’anima, come avrebbe potuto fare solo indietreggiando nel tempo. Ma Ghedra non aveva dubbi che uno come Vidharr, piuttosto di tornare sui suoi passi avrebbe scelto il bivio più pericoloso, e infatti così lui fece.
 
Si alzò dal sasso battendosi i vestiti, e alzando un polverone che fece tossire di risa i nani a lui più vicini; riassettò il fuoco maneggiando i tizzoni rossi con le sue corte dita, che non temevano neppure l’inferno. Poi si sedette a gambe allungate, ché i nani non riescono a incrociarle, e subito Ghedra gli si accovacciò dietro la schiena, per sentirne di nuovo il calore e aiutarlo a star comodo.
 
—Raccontaci cosa è accaduto nella caverna dell’oscuro labirinto, che ti ha spalancato le pupille da farle sembrare onice raro—
 
L’onice, per i nani come per i gambalunga, era una pietra dura e nera, e ricordava il cielo senza sole delle grotte scure, simboleggiando il faticoso cammino che un essere percorre dentro si sé.
 
Vidharr parve solcare, con la memoria luoghi lontani, e la sua voce si mosse improvvisa, insieme al brillio col quale il Mistero si nascondeva nei suoi occhi
 
—Avrei dovuto capire subito che quel coniglio non era quello che sembrava essere— iniziò guardingo
 
—Correva troppo piano, come se volesse farsi prendere— continuò
 
—Mi stava a un palmo di distanza e non riuscivo ad afferrargli la coda. Quando mi tuffai, sicuro di prenderlo, mi ritrovai al buio e capii che quello era il destino di chi, interessato solo a cacciare, non si accorge di essere anche una preda—
 
Dalla platea un diffuso mormorio di ansia seguì quelle parole, dimostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che ai nani non piace essere scoperti.
 
—Ma il coniglio era ancora lì, fermo davanti a me, e mi fissava come a voler sostituire con gli occhi una smorfia di scherno—
 
—Mi lanciai di nuovo e ancora per innumerevoli volte, fino a quando non fu più possibile tornare sui miei tuffi—
 
Ohhh! Dissero i bimbi, con l’aria di chi non avrebbe mai più assaggiato una coscia di coniglio.
 
—Vagai per giorni, maledicendo la mia testa dura, e pian piano mi accorsi di girare in circolo—
 
—Come in circolo?— chiese un nano anziano, da sotto una lunghissima barba bianca che lo faceva sembrare un Babbo Natale in miniatura, ed era questa la ragione che aveva fatto dimenticare a tutti il suo vero nome
 
—La caverna dell’oscuro labirinto è circolare?— insistette il piccolo Babbo Natale
 
—No— rispose Vidharr
 
—Ma la magia fa apparire le cose come non sono, oppure come sono veramente e non ce ne siamo mai accorti—
 
Un brusio di approvazione legò tra loro stati d’animo che ascoltavano sulla punta di piedi troppo grandi, se confrontati al corpo che dovevano portare in giro.
 
—Quel girovagare per il labirinto somigliava sempre più al non saper dare risposte alla vita, quando lei ti mostra che l’hai sempre osservata dal lato sbagliato—
 
Un silenzio gelido scese improvviso, perché nessuno lì in mezzo, nemmeno i bimbi, aveva mai pensato di potersi sbagliare
 
—Noi nani, che grattiamo la schiena al mondo e piantiamo gli alberi che ci proteggeranno domani, non ci chiediamo mai il perché del mondo, noi diamo per scontato che tutto quello che ci circonda è lì, per avere noi in mezzo—
 
Una voce vicina, proveniente dalla schiena di Vidharr, tentò di correggerlo
 
—Perché, dove saremmo noi, se non nel mezzo di ciò che ci accade?—
 
—Mio adorato intrico di peli e muscoli— replicò lui
 
—Certo che siamo nel mezzo, ma non più di quanto ogni cosa è nel mezzo di tutte le altre cose—
 
—Ghedra si trattenne dal mollargli una gomitata nei reni e non insistette oltre, l’avrebbe stangato più tardi, a casa, ché non le andava che i bambini la potessero vedere—
 
—Dopo, non so dire quanto, cominciai a sperare d’incontrare anche un pericoloso cinghiale, pur di mettere sotto ai denti qualcosa di peloso e diverso da Ghedra— disse, guardandola di sottecchi con la coda dell’occhio, autorizzandola così a suonargliene di santa ragione, una volta che fossero ritornati alla loro casetta
 
—Ma trovai solo dei piccoli funghi magici…—
 
I nani, nessuno escluso, potevano mangiare quei funghi solo quando volevano parlare di persona al Padre celeste, e poiché la storia del piccolo popolo racconta che col Padre si parla solo da morti, nessuno li voleva assaggiare
 
—Ho dovuto farlo, il coniglio prima e il labirinto poi mi ci hanno costretto—
 
Nessuno gli credette, perché sapevano tutti che Vidharr era un ingordo imbroglione, certamente anche buono, ma si sarebbe mangiato persino le sue unghie se non le avesse avute così corte e nere
 
—Dopo un’oretta il drago dormiente si prese cura del mio spirito e lo svegliò con un calcio nel sedere—
 
Ghedra si sentì improvvisamente in sintonia con quel drago anche se, non avendone mai visto uno, non credeva alla loro esistenza, raccontata dalle leggende del popolo dei vecchi nani, sempre ubriachi di frottole
 
Il folto gruppo che lo attorniava curioso parve sollevarsi dall’erba, e l’erba sembrò anch’essa in un’aspettativa ansiosa
 
—Terribili vampate mi allargarono gli occhi e vidi nel buio, sia quello che incupiva il labirinto magico che quello che sigillava con un opercolo il mio occhio interno—
 
Nessuno aveva mai parlato di un occhio interno nei nani, e tutti parvero sul punto di dover sbattere una palpebra che non sapevano dove andare ad aprire
 
—Sì, nemmeno io avevo mai immaginato di avercelo, eppure i funghi ti fanno guardare il buio illuminando dal di dentro il cuore, e i pensieri che vengono fuori da lì diventano, di colpo, più chiari e diversi, capaci persino di considerare il mondo partendo dal suo centro, e non come facciamo noi nani, pesandolo dal di fuori—
 
Commenti sommessi si accavallarono tra loro come una marea di disapprovazione, e gli sguardi si nascosero dietro sottili fessure, come quelli che caratterizzano i preti dei gambalunga
 
—Bambini a nanna!— dissero, alzandosi in coro, voci femminili e preoccupate
 
—Che domani si deve andare nel bosco interno a raccogliere le bacche dolci—
 
Così, accompagnati in fretta da una nana anziana alle loro capanne, la foresta di pensieri ancora giovani non avrebbe chiuso occhio, cercando di sbirciare tra le canne del muro che li avrebbe divisi dalle parole di Vidharr, il “quasi mago” del labirinto oscuro
 
 
—Ma che significa guardare il mondo dall’interno?— chiese una voce che esauriva il pensiero di tutti
 
—Vuol dire che lo sguardo sul mondo osserva prima le ragioni e dopo gli effetti che provengono da quelle ragioni—
 
A tutti sembrò un’ovvietà, perché nessuno di loro si sarebbe mai sporto a chiedersi dell’uovo e della gallina, il piccolo popolo le uova e le galline se le mangia, mica ci si fanno sopra i discorsoni
 
—Così tu, Vidharr, nel labirinto magico hai saputo se viene prima l’uovo o la gallina?—
 
I nani erano poco inclini ai sofismi impegnativi, in compenso però, sapevano andare al sodo, anche quando non si trattava di uova cotte
 
—C’è stato un tempo— riprese Vidharr
 
—Nel quale il tempo non scorreva, ed era come se fosse stato immobile sopre al vortice degli eventi che si preparavano per stringere le pietre nella morsa degli accadimenti futuri—
 
Non un respiro si fece udire, in quella marea di teste pronte a ridere a crepapelle dietro le balle che sarebbero uscite dalla bocca di Vidharr, che adesso tutti avrebbero volentieri chiamato: “il guerriero rintronato”
 
—In quel “non tempo” c’erano i semi del mondo, e anche le uova che sarebbero state galline, e oche e uomini e, infine, persino i nani—
 
Da ancora più in basso di dove stava la ressa un chicchiricchìcchì tentò di avvisare dell’arrivo dell’alba, ma fu interrotto subito, e poco gentilmente, da un calcione, che sollevò una manciata di piume che caddero velocemente a terra, svenute come fossero state di piombo
 
—Sicché noi nani saremmo dello stesso lignaggio dei gambalunga spilungoni che si credono più vicini di noi al cielo?— chiese una nonnina che aveva la voce curva come la sua schiena
 
—Non ho detto questo, ma solo che tutti proveniamo dalla “Non esistenza”, la quale precede l’esistenza, ed entrambe zampillano dal Mistero scuro che si è fatto chiaro senza che i nostri occhi lo riescano a vedere—…
 
—Almeno fino a quando i funghi non ne mostreranno l’assenza di forma—
 
A quel punto nessuno ebbe, per quello scorcio di ormai mattino, più niente da aggiungere, e persino il gallo fu soddisfatto di avere avuto la conferma di ciò che aveva sempre sospettato fosse la verità, senza aver mai avuto il coraggio di rivelarla al mondo: viene prima l’uovo della gallina e lui, che era il papà dell’uovo… veniva prima ancora…
 
 
 
 
 
 
 

postato da vajmax alle ore 07:38 | link | commenti
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mercoledì, 11 novembre 2009

Un momento speciale

C'è un momento, nella vita di ogni essere, umano o di altri pianeti e stelle, nel quale questo essere si accorge che il castello delle proprie credenze e ipotesi sta crollando, a causa di un flebile e doloroso tocco con il quale la realtà lo spinge a guardarsi dentro e fuori. Se l'individuo in questione, con i tentacoli o con le braccia, si ostina a ignorare il contatto che la verità gli propone, allora tutto torna nel dolore che il falso procura, ma se questo essere accetta di guardare l'universo non più con gli occhi della propria convenienza... allora per lui è la morte al mondo delle apparenze e la rinascita nella propria centralità spirituale. In questa centralità si guarda la verità nei suoi immutabili princìpi, e non si possono più avere convinzioni personali, perché a queste si sostituisce la Certezza assoluta delle cause di ogni realtà e della loro Causa prima. Questo morire alla superficie del mondo conduce alla rinascita nella centralità nella quale realtà e verità sono un'unica cosa, e non ha più importanza ciò che si è stati, ma solo quello che si può riuscire a essere se si vive secondo quei principi sacri che si vedono e intuiscono senza che il pensiero possa qualcosa per corromperli.
postato da vajmax alle ore 10:38 | link | commenti (2)
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mercoledì, 11 novembre 2009

Tanto per dire

Perfezione e imperfezione
Questo universo è così poco incline alla perfezione che persino i pianeti non sono perfettamente rotondi, come d'altronde non lo sono neppure le loro orbite. Eppure l'esistenza deve il suo esserci proprio all'imperfezione che deve perfezionarsi, perché se tutto fosse già compiuto... l'esistere costituirebbe uno sforzo insensato.

Esistenza e sofferenza
Quando la Perfezione indivisa e unica riflette se stessa, dividendosi e moltiplicandosi, quel riflesso capovolto si allontana dall'Unità del proprio Principio, divenendo molteplicità, perfetta nella sua totalità, ma imperfetta nei suoi componenti, i quali devono così impegnarsi per ritrovare la loro perfezione originaria, che ora è solo potenziale. Sembra un concetto astruso, ma costituisce la ragione del nostro faticoso cammino.

Benessere
Quella condizione esteriore che induce a pensare che gli altri stiano meglio.

Miseria
Quella condizione interiore che induce a pensare che gli altri stiano peggio.

Agio
Prima persona singolare del verbo "agire", indica il far agire gli altri...

Adamo ed Eva
L'uomo, forse per definizione implicita, ma molto più probabilmente per destino esplicito, è coglione. Il Paradiso terrestre si chiamava così perché nessuno glielo faceva notare, così lui si convinse di avere la scienza infusa. Un bel, ma sarebbe meglio dire brutto giorno, il Padreterno creò la donna con lo scopo di rimediare a quell'imperfezione. Da allora la donna si dà un gran daffare per farglielo notare e l'uomo, per tener fede alla propria natura... se la sposa...
:D :D :D

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lunedì, 09 novembre 2009

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lunedì, 09 novembre 2009

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martedì, 03 novembre 2009

Vuoto pieno o pieno vuoto?

Nella realtà relativa tutto è relativo, quindi lo è anche il vuoto. Relativo indica una relazione tra due aspetti che condividono una stessa natura, e questa si esprime in due modi diversi tra loro ognuno dei quali limita l'altro, lo definisce, ed è contenuto nell'altro in principio. Vuoto e pieno sono una di queste opposizioni e come nel pieno c'è il germe del vuoto che è stato riempito, nel vuoto c'è il germe del pieno che è stato svuotato. Ma se il vuoto ha un germe dentro significa che non è proprio vuoto e, in più, ha una opposizione (il pieno) che lo definisce. Se un vuoto non è assoluto non è veramente un vuoto. Se il pieno non è assoluto non è veramente un pieno. D'altra parte un vuoto pieno di vuoto è un pieno e un pieno vuoto di vuoto è ancora un pieno. Significa che il vuoto, come è inteso dalla scienza, è pieno di Mistero.
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lunedì, 26 ottobre 2009

Jack O'Lantern (Halloween)

Lamentarsi era il suo passatempo preferito, e anche la scusa che gli consentiva di ubriacarsi senza avere l'ombra di un senso di colpa.
—Povero Jack— gli sussurrava la sua coscienza, riempiendogli il bicchiere
—È destino di tutte le buone persone come te, l'essere soli e scacciati da tutti come se si fosse un cane rognoso, bevi Jack e consolati col nettare che ti manda il cielo—
E lui tracannava senza tregua sentendosi sempre più buono e più solo.
Quella sera, accompagnata dalla propria immagine che ondeggiava tra i fumi dell'alcol, era più cupa del solito e invogliava a stonarsi di più. Jack chiese all'oste di versargli ancora da bere che l'avrebbe pagato domani, ma l'oste rifiutò, dicendogli che accanto a lui stava ridendo il diavolo. A Jack parve di vederlo quel diavolo, e volle spegnergli il ghigno puzzolente che gli incorniciava quei denti rossi di sangue. Così cominciò a provocarlo, dicendogli che mai e poi mai sarebbe riuscito a trasformarlo in una cattiva persona, e che Jack la sua anima non l'avrebbe venduta per nulla al mondo.
Quello che gli era parso essere un diavolo smise di sogghignare e si trasformò in una moneta d'oro che rotolò, tintinnando in volute aggraziate, sul tavolo vicino alla sua mano.
Jack era un contadino, non uno stupido, e l'arraffò in fretta, prima che l'oste ne reclamasse la proprietà; se l'infilò nel portamonete vuoto e, per non correre rischi di perderla, ci mise dentro anche la croce d'argento che portava al collo. Il diavolo, tutto intento a trascinare Jack all'inferno, non si avvide subito di avere la sacralità di una croce per compagno, e la sua forma di moneta evanescente si irrigidì nella paura delle conseguenze terribili che ha ogni fiamma quando si avvicina all'acqua. Impossibilitato persino a bestemmiare cominciò a supplicare Jack di liberarlo da quella nefasta compagnia, promettendogli ricchezze enormi e potere, ma Jack era un contadino, non uno stupido, e chiese in cambio la libertà dalle fiamme degli inferi. Il demonio non ebbe scelta e obbedì, prima di essere liberato da quella pesantissima croce.
Jack era felice perché questa volta era riuscito a mantenere ciò che si era ripromesso di fare: forse l'anima l'aveva sì venduta, ma non per una cosa di questo mondo.
Il resto della vita la trascorse commettendo le più ignominiose malefatte, senza il timore di avere ripercussioni in cambio, perché le fiamme degli inferi non stanno solo all'inferno, ma anche in ogni respiro dell'anima, e bruciano del rimorso che la coscienza alimenta senza mai fermarsi.
È la vita che chiama la morte, e la morte in uno stato dell'essere è nascita in un altro e diverso stato dello stesso centro attorno al quale un altro essere prende forma e, insieme a quella, si prende anche il peso di un destino che Jack credeva di non avere più.
L'anima di Jack attraversò lo Stige e rise davanti alle porte infernali dove Lucifero lo stava aspettando, non immaginandosi che anche quel maledetto dèmone gli avrebbe ghignato dietro che la vendetta si sarebbe compiuta anche fuori dalle sue fiamme.
Jack a quel punto si chiese se oltre all'inferno e al paradiso, ai quali gli era impedito l'accesso, ci potesse essere qualche altra dimensione dove errare felici, e la risposta l'ebbe dal buio dell'universo.
Fu in quel buio che scoprì il senso simbolico nel quale sono racchiusi l'inferno e il paradiso, che non sono luoghi allo stesso modo nel quale non possono essere eterni, perché Eterno è solo l'unico Mistero assoluto e infinito che tutto avvolge e ama. Lo stesso amore che diede anche a Jack il suo embrione di luce, quella stessa luce che, illuminando il Buio sacro, componeva ombre ogni volta che incontrava un ostacolo al proprio irradiarsi. Ora Jack aveva la sua strada speciale da illuminare, e una casa da cercare tra le miriadi di stelle simili alla sua luce, solo tanto più lontane. Da allora Jack vaga, illuminando e domandando asilo in ogni granellino che è pulviscolo dei soli, e quando suonerà alla vostra porta, sul granello dove abitate, fategli coraggio, offritegli qualcosa perché in fondo lui ha sconfitto un dèmone, anche se non era quello che ancora abita e ghigna dentro di lui.

postato da vajmax alle ore 13:13 | link | commenti (3)
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mercoledì, 21 ottobre 2009

Il ragno

Due occhietti lucidi e senza palpebre si facevano spazio tra peli fitti, grigi e appuntiti, in una testolina grande la metà dell’addome, tondo e grassoccio, che le stava dietro. Come riesca, quell'esserino pelosetto, a trasformare la carne della sue prede in fili elastici, collosi e robustissimi, non è dato sapere, e deve essere un segreto che tutti i ragni sanno ben custodire se l’uomo ancora non lo conosce. Un segreto che gli consente di non appiccicarsi alla stessa tela che gli procura il nutrimento.
La sagacità di questo insetto dovrebbe consentire, alla specie umana, di mettere in forse la propria celebrata intelligenza, dal momento che la trappola che l’uomo ha imparato a costruirsi, per sopravvivere, gli si è incollata addosso imprigionandolo senza scampo.
L’uomo si compiace della sua tela, tanto che la chiama “progresso”, e per lui poco conta che ci stia soffocando dentro.
Il ragno di questa storia è di quelli comuni, tondo, grigio e con una croce sulla schiena.
È da un mese che osservo quello che combina, più o meno da quando è comparso fuori dalla mia casa, e lui cura quello che faccio io. Dal suo sguardo sembrerebbe deluso. Come dargli torto, al suo confronto io sembro un bipede approssimativo. Lo squadrarmi pietoso mostra la sua convinzione che sia il numero di zampe a indicare le qualità intellettuali di un essere.
Ma la tragedia che vive la mia specie, o forse solo io, non sta soltanto nelle quattro zampe che abbiamo, neppure sufficienti per fughe dignitose. Rispetto a lui io sono più grosso, ma s’intuisce subito che lui è certo che la grossezza e il peso non sono aspetti correlati alla qualità. Gli uomini, invece, ne sono convinti, al punto da credere di essere più intelligenti delle donne per i dieci grammi che hanno di cervello in più, senza sospettare che possano essere lì per aggravare ulteriormente le loro responsabilità nel non sapere che farsene.
Il ragno, invece, ha cose più importanti da fare: costruire una tela resistente agli incazzi della natura non è una sciocchezza, senza contare l’impegno di tendere i cavi principali della sua struttura, per i molti metri che separano I due muri del mio cortile.
Lo ha fatto di notte, sono sicuro per non rivelarmi il trucco, e al mattino l’ho intravisto guardare con sufficienza il mio stupore.
Appena arrivato nei pressi della mia casa la tela voleva tenderla tra le felci sotto alla cassetta della posta, un lavoretto da nulla per un ingegno come il suo, ma io da lì dovevo passare spesso, così l’ha spostata in un posto più sicuro, accanto alla mia moto, ma senza coinvolgerla. Ancora non so se attraversi il mio cortile via terra o correndo per il perimetro dei muri, con in bocca il bandolo della sua matassa, masticando e filando in un continuum di spessore uniforme, per evitare che si arricci.
Da parte mia bestemmio al minimo accenno di garbuglio, e maledico di essermi tagliato le unghie.
Ho notato che il ragno sistema la tela tutti i giorni, ma quando sospetta che venga a piovere pazienta, e riprende il lavoro quando rispunta il sole, andando avanti e indietro continuamente sui fili dell’ordito per irrobustirli, senza eccedere per non togliere loro la necessaria elasticità.
Il ragno ha piccolissimi denti, inadatti a mordere, eppure tutti gli uomini hanno paura del suo morso.
Ma una cosa, a nostra difesa, c’è, perché noi maschi ci accoppiamo con le femmine senza che queste ci divorino subito dopo, e questo è un fatto che non ce lo può togliere nessuno, e adesso che me ne sono ricordato esco, lo guardo fisso negli occhi, quel ragnetto insignificante, e lo derido, ecchecavolo! In fondo se l’è cercata.
Lui sta lì, senza valutare il pericolo della mia stazza, così mi avvicino imponente e lo fisso, sostenendo il suo sguardo curioso, e compongo nella mia mente, per ritrasmettergliela, l’immagine di me che, dopo l’accoppiamento, mi accendo una sigaretta, anche se non fumo, invece di finire accoppato come accade a lui con la sua compagna, e proprio mentre capisco che sta ricevendo l'immagine dal fatto che fatica a reggere il mio sguardo… una voce prepotente frantuma le mie possibilità di successo:—Allora, stronzo, hai finito o no di lavare i piatti?—
postato da vajmax alle ore 19:58 | link | commenti (1)
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Utente: vajmax
Nome: oroboros
Un contadino senza "cultura", e me ne vanto!... Be'... diciamo che me ne compiaccio... Considero la cultura essere di due generi molto lontani tra loro: il primo è quello che stipa brandelli di saperi a casaccio e non si occupa di estrarre una sintesi univoca che riunisca, sotto il nome di principi, tutte quelle nozioni che rimangono, in quel modo, prive di un legame comune. L'altro, invece, raccoglie quel poco che avanza dal primo e che mostrerebbe di avere quel legame... e lo butta perché quel legame gli mostra di esigere una qualità intellettiva troppo rara per essere compreso. La conoscenza del Vero non appartiene alla mente la quale può solo considerarne l'ineluttabilità, la necessità logica e ontologica e il dolore conseguente al saper guardare la Verità delle intenzioni altrui. E delle proprie.

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